Via Santa Tecla non è più solo una strada

Schiavonea ore 5 del mattino. Foto di Massimiliano Palumbo

Via Santa Tecla è dietro al Duomo. Le vetrine di Montenapoleone e le luci della Galleria la nascondono un po’. Gli infiniti obiettivi dei giapponesi la ignorano.
Eppure cinquant’anni fa via Santa Tecla era il posto del “Club”. Cabarettisti e aspiranti cantanti divertivano Milano con serate memorabili. Al “Club” debuttarono Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Fecero storia e fortuna.

Oggi il “Club” non c’è più, il moderno ha travolto i ricordi. Via Santa Tecla è solo un posto, a Milano centro. La legge del tempo, in una città senza più identità, ha cancellato gli eventi.

Sulla strada del “Club” un pezzo di ‘ndrangheta organizzava le strategie dello spaccio. Gli appartenenti al clan si riunivano nei localini degli aperitivi chic per parlare di business: all’ombra del Duomo, con la Calabria in culo al mondo.
L’operazione scattata nelle scorse ore l’hanno chiamata proprio “Santa Tecla”, che sa un po’ di rivincita e un po’ di sconfitta.
Il clan che aveva egemonizzato la zona è quello di Corigliano, paesone che si affaccia sullo Jonio e si stende nei meandri della Piana di Sibari. Qui la ‘ndrangheta ha fatto morti ammazzati, ha terrorizzato gente, ha importato fiumi di eroina dall’est, ha concesso i marciapiedi agli albanesi in cambio di kalashnikov e marijuana.
Il primo “locale” lo fondò don Peppino Cirillo. Il compare di Raffaele Cutolo scelse la ricca e anonima Sibaritide per far crescere i suoi affari. Erano gli anni ’70. Lasciò la Campania, forse costretto da uno sgarro imperdonabile. Si seppe rifare in Calabria.
All’ombra di Cirillo imparò il mestiere Santino Carelli, boss indiscusso degli anni ’90. La sua discoteca sul lungomare di Schiavonea sparava i fari nel cielo dello Jonio, in quegli anni. Illuminavano tutto il golfo, erano visibili da Rossano ad Amendolara.
Ci andai a ballare, ancora 15enne. Per l’estate i miei prendevano in affitto sempre la stessa casa, a qualche chilometro da Corigliano.
Gli amici del posto mi spiegarono alcune regole, prima di entrare. Era il covo del clan, ne ero cosciente. Passai il tempo ad osservare i movimenti impacciati e gli sguardi timorosi. In quel periodo bastava un niente, e poteva essere l’ultima birra.
Negli anni le operazioni “Lauro”, “Galassia” e “Omnia” hanno inflitto duri colpi al potere militare del locale coriglianese. Lo hanno decimato numericamente, indebolito. Ma l’operazione “Santa Tecla” ha dimostrato che la Santa non muore mai. Che mentre i vecchi boss stanno in carcere, nuovi scagnozzi portano avanti business importanti nella ricca Lombardia.

I lanci di agenzia sull’operazione Santa Tecla mi hanno reso nervoso. Per la prima volta da quando sono via provo rabbia e non rassegnazione.

Lo scorso gennaio, ancora in Calabria, andai a Corigliano. Erano le 4 del mattino. Ricordo il ghiaccio sul parabrezza dell’auto e una sigaretta che riscaldava il fiato. Scrutai la Sibaritide all’alba per un’inchiesta sulla ‘ndrangheta e lo sfruttamento dei clandestini. Erano i giorni della guerriglia nera a Rosarno. Toccai con mano la difficoltà dei nordafricani, i loro accampamenti da schiavi. Mi fermai in una piazza dove i furgoni dei caporali caricavano anime in pena. Venti euro per 18 ore di lavoro. I bulgari, coi loro sacchetti del discount, si vendevano per poco. E la ‘ndrangheta osservava tronfia: edificava nuovi villaggi, imponeva la coca nella piazze e la guardiania ai commercianti. Routine, in Calabria.
Il racconto di quel giorno non fu pubblicato. La direzione del giornale per il quale lavoravo lo ritenne privo di valenza giornalistica. Lo cestinai senza salvarne copia. Quel giorno lasciai la Calabria, nel cuore e nella mente.
Oggi che “Santa Tecla” non è più solo il nome di una strada ripenso a quel reportage censurato e alle serate sul lungomare di Schiavonea.
E se ci fosse ancora Gaber, chissà cosa direbbe.

BIAGIO SIMONETTA

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Milano che ne sa

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Ci sono città che si svegliano prima. O forse non dormono mai. Le catene industriali non si fermano, i locali notturni chiudono quando aprono i caffè delle colazioni ipercaloriche. I giornalisti vanno a letto tardi, gli impiegati si svegliano presto, i panettieri dormono di giorno, le puttane lavorano di notte.

Milano non dorme mai. Il gelataio di Cadorna fa affari d’oro, in questi giorni di inferno. Il paninaro di Porta Genova brucia hamburger, nel suo furgone anni ’70. La pellicola di Scarface l’ha consumata. Conosce ogni frase a memoria. Ogni attimo, ogni mossa. Pacino in versione Montana fa moda. E’ ganzo. Ha le palle. E del resto è solo un film. Finzione e azione, prestigio e trucchi. Read more »

Vincere per raccontarla

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Sono via da due mesi. Via dalla mia terra, dalla mia finestra, dalla mia sedia scucita lungo lo schienale. Via dalla mia scrivania con l’adesivo del “Che”, dal campetto di calcio che osservavo ogni sera, fumando una sigaretta in balcone. Estati e inverni, il fisiologico corso degli anni.

Ho lasciato la Calabria a trent’anni. Un’età un po’ strana per emigrare. Solitamente dopo i venticinque o sei già fuori o rimani lì. Per sempre.
Dalla Calabria sono andati via in tanti.
Da ragazzo, nel bar dove passavo le estati, sentivo spesso frasi che mi son rimaste in mente come chiodi conficcati nel cemento: “quello s’è fatto 20 anni di Svizzera”. Farsi la Svizzera, come farsi la galera. Emigrazione uguale sofferenza. Ad agosto il mio paese si riempiva dei suoi emigrati. Le macchine con targhe Zurigo quasi eguagliavano quelle targate Cosenza. In ogni frigo comparivano le tavolette del cioccolato d’oltralpe. Read more »

Crotone, viaggio nelle periferie scaricate

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CROTONE – Un berretto della Juventus gli nasconde i danni della chemio. Il carrello s’è incastrato. Non ne vuole sapere di entrare nelle guide. Luigino ci mette tutta la forza che ha dentro. Guarda, poi sorride. Ha otto anni.

Un sabato senza scuola, per seguire mamma. Il centro commerciale, la spesa. Le caramelle aperte in fretta che sbucano dalla tasca della tuta.

Papà è al lavoro. In mare. Stava a “Pertusola Sud” prima del fallimento. Prima dello scandalo.

«Si è ammalato tre anni fa. Carcinoma polmonare. Siamo in cura a Bologna, al Sant’Orsola. Ce la farà?». E’ quasi un lamento quello della madre del piccolo. Occhi neri, sulla quarantina. Ha i colori di questa terra.

Lei pulisce scale durante la settimana. Uffici, abitazioni. «Quello che capita».

Per curare Luigino i soldi non bastano mai, ci si arrangia. L’Emilia è lontana. L’Emilia è la terra della Bonatti, impresa di costruzioni che il pm Bruni ha nel mirino per la storia dei rifiuti tossici.

Il bambino, nonostante il male, mostra volontà. Reagisce. Fissa gli anelli. Cerca di sfilarne uno. E’ bello poterglielo regalare.

E’ felice. Se lo infila al pollice destro, stringendo il pugno per non farlo cadere. Poi alza il braccio quasi scheletrico, come ad esultare. Sorride, Luigino. «Forza Juve». E va via. Read more »

Sud, la vittoria di un sogno

SUdvit

Non l’ho mai visto con le mani nitide. A sedici anni suonavo il piano. Mio padre mi voleva musicista. Attilio, invece, lavorava in officina. Un piccolo genio del motore. Quando la sera ci trovavamo da Chen, in sala giochi per giocare al biliardo, gli fissavo le mani e poi guardavo le mie. Di uguale avevamo soltanto gli anelli.

Il grasso dei motori gli si infilava nelle unghie e gli macchiava le cuticole. Palmo e dorso erano ruvidi allo stesso modo. Se sistemi motori le tue dita cambiano aspetto. Diventano più grosse, meno sensibili. Quasi degli attrezzi da lavoro. Per duecentomila lire al mese si chiudeva in officina tutti i pomeriggi. Niente contratto, nessuna assicurazione. Se una batteria ti esplode in faccia devi raccontare chissà quale bugia. Nei garage umidi il lavoro è qualcosa che sparisce. Si perde. I diritti non esistono. Esiste soltanto il tuo sudore. La tua rabbia. Read more »