Non l’ho mai visto con le mani nitide. A sedici anni suonavo il piano. Mio padre mi voleva musicista. Attilio, invece, lavorava in officina. Un piccolo genio del motore. Quando la sera ci trovavamo da Chen, in sala giochi per giocare al biliardo, gli fissavo le mani e poi guardavo le mie. Di uguale avevamo soltanto gli anelli.
Il grasso dei motori gli si infilava nelle unghie e gli macchiava le cuticole. Palmo e dorso erano ruvidi allo stesso modo. Se sistemi motori le tue dita cambiano aspetto. Diventano più grosse, meno sensibili. Quasi degli attrezzi da lavoro. Per duecentomila lire al mese si chiudeva in officina tutti i pomeriggi. Niente contratto, nessuna assicurazione. Se una batteria ti esplode in faccia devi raccontare chissà quale bugia. Nei garage umidi il lavoro è qualcosa che sparisce. Si perde. I diritti non esistono. Esiste soltanto il tuo sudore. La tua rabbia. Al Sud bisogna accontentarsi. Attilio lo sapeva bene. La sera si lamentava, parlandomene davanti a un Civas e a una Pall Mall. Dentro gli leggevo la rabbia di un leone in gabbia. Sapevo che prima o poi sarebbe andato via da questo posto di sconfitti. In Calabria non c’è spazio per quelli come lui. Con una laurea può andarti bene e trovi posto da impiegato, passando il tempo a chiederti che senso abbia avuto studiare. Da operaio, invece, devi accontentarti di poco. Se non ti va bene, passi. C’è un altro. Attilio adesso aspetta un bambino. L’ho chiamato due sere fa. Nella sua voce ho percepito la stanchezza di un turno in fabbrica troppo dilatato e l’emozione di chi ha vinto. Attilio ha vinto, dentro una sconfitta. Ha lasciato la Calabria tre anni fa. Le sue spalle larghe gli hanno garantito un posto a Milano. Prepara supporti per macchinari industriali. Saldatura e sistemazione. Robetta, per lui. Lì dentro è già il migliore. Vive alle porte della città, in affitto. Ma presto comprerà casa. Può farlo, adesso. La sua donna lo ha seguito con un anno di ritardo. Lavorava in un supermercato a duecentocinquanta euro al mese per otto ore al giorno dietro a una cassa. Ora fatica al “Niguarda”. Operatrice socio sanitaria, come migliaia di ragazzi della mia terra. Dodici mesi di corso ti garantiscono un contratto in qualche ospedale del Nord. Si sono sposati due estati fa, in un giorno d’agosto col sole che brillava sui fiori. E fra qualche mese il loro amore darà il suo frutto. Crescerà nelle pianure lombarde, ai confini con la Svizzera dei calabresi mai tornati. Andrà a scuola e magari imparerà la chitarra. Della Calabria gli parleranno come qualcosa che appartiene al passato. Andato. Ci trascorrerà le estati e qualche Natale della sua infanzia. Forse qualcuno un giorno gli spiegherà che in quella terra lui non sarebbe mai nato. Perché uno schiavo d’officina e una cassiera non possono sognare. Perché partire, al Sud, è l’unico rimedio a una realtà che ti soffoca. Perché le mani di Attilio sono ancora ruvide, ma non ha più rabbia davanti a una Pall Mall.
BIAGIO SIMONETTA
questo articolo lo trobi anche qui:
SEGUI QM.it
Posted in
Tags: 

