Sono via da due mesi. Via dalla mia terra, dalla mia finestra, dalla mia sedia scucita lungo lo schienale. Via dalla mia scrivania con l’adesivo del “Che”, dal campetto di calcio che osservavo ogni sera, fumando una sigaretta in balcone. Estati e inverni, il fisiologico corso degli anni.
Ho lasciato la Calabria a trent’anni. Un’età un po’ strana per emigrare. Solitamente dopo i venticinque o sei già fuori o rimani lì. Per sempre.
Dalla Calabria sono andati via in tanti.
Da ragazzo, nel bar dove passavo le estati, sentivo spesso frasi che mi son rimaste in mente come chiodi conficcati nel cemento: “quello s’è fatto 20 anni di Svizzera”. Farsi la Svizzera, come farsi la galera. Emigrazione uguale sofferenza. Ad agosto il mio paese si riempiva dei suoi emigrati. Le macchine con targhe Zurigo quasi eguagliavano quelle targate Cosenza. In ogni frigo comparivano le tavolette del cioccolato d’oltralpe.
E adesso che se giro lo sguardo il confine con la Svizzera riesco quasi a toccarlo, ripenso a quelle parole. A quelle frasi che ascoltavo in silenzio e che nascondevano grandi realtà.
Ho fatto due passi a Porta Genova, prima di rincasare. Stasera Milano ha un odore strano. Il Naviglio non è solo zanzare e movida. E’ anche scorrere lento del tempo, in una città che non si ferma. Che scappa.
Riesce a regalarmi momenti di quiete, il fiume che nasce dal Ticino. Ho pensato proprio alla Svizzera e agli emigrati che al mio paese tornano sempre meno spesso. Ho pensato ai loro viaggi interminabili, che culminano nella Salerno-Reggio della ‘ndrangheta. Ai lunghi inverni passati in terra straniera. Alle fabbriche e ai week-end di sudore davanti al forno di una pizzeria.
Scappati per forza. Schizzati fuori da realtà ristrette. Da una terra per pochi. Da un posto dove rimanere vuol dire adattarsi. Rinunciare.
La mia Calabria la conosco bene. Ne ho assaggiato i sapori e annusato gli odori. Ho visto ragazzini crescere e andar via prima di diventare uomini. Amici finire nel giro sbagliato, compagni venire al partito solo per fumare gli spinelli.
Ho visto pezzenti arricchirsi con la coca, imprenditori dritti costretti alla fuga e nuovi manager aprire bottega. Ho perso amici d’infanzia. Qualcuno per sempre.
Ho visto ipermercati deserti, costruiti per riciclare denaro. Tre, anche quattro nel giro di qualche chilometro. Ho conosciuto avvocati pagati dai clan mensilmente, come i dipendenti di un’azienda.
Ho seguito quasi con ossessione i fatti di Duisburg, i sequestri al Porto di Gioia Tauro, gli agguati agli operai dell’autostrada. Ho conosciuto la Calabria dei rifiuti tossici e dei bimbi di Crotone, coi loro capelli al cadmio. Quella dei politici a tempo indeterminato. Dei picciotti nelle Golf, la domenica pomeriggio. Quella dei neri di Rosarno e dei rumeni della Sibaritide. Ho lavorato al fianco di giornalisti coraggiosi e di pennivendoli legati alle lobby. Ho conosciuto la censura e ho capito che era il momento di andare. Di lasciare.
Qualche ora fa ho ricevuto una mail da un vecchio cronista di provincia: “Quanti altri giovani come te deve perdere la nostra terra?”. Ha due figli della mia età, emigrati entrambi. Professionisti al Nord. Non torneranno. In Calabria ha costruito, coi sudori di una vita, una casa che adesso abita insieme alla moglie. Nei due appartamenti sopra al suo l’eco del silenzio rimbalza fra le tapparelle abbassate. Mattone dopo mattone, sognava che quella diventasse la casa della sua famiglia. In quel giardino avrebbe costruito un’altalena per i nipoti. Ora la ruggine ha già consumato le ringhiere.
Ho riletto la sua mail un paio di volte. Volevo cancellarla e risparmiare la stretta al mio stomaco. Poi ho risposto. “Chi vince? Chi perde?”.
BIAGIO SIMONETTA
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