Milano che ne sa

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Ci sono città che si svegliano prima. O forse non dormono mai. Le catene industriali non si fermano, i locali notturni chiudono quando aprono i caffè delle colazioni ipercaloriche. I giornalisti vanno a letto tardi, gli impiegati si svegliano presto, i panettieri dormono di giorno, le puttane lavorano di notte.

Milano non dorme mai. Il gelataio di Cadorna fa affari d’oro, in questi giorni di inferno. Il paninaro di Porta Genova brucia hamburger, nel suo furgone anni ’70. La pellicola di Scarface l’ha consumata. Conosce ogni frase a memoria. Ogni attimo, ogni mossa. Pacino in versione Montana fa moda. E’ ganzo. Ha le palle. E del resto è solo un film. Finzione e azione, prestigio e trucchi.
La mafia (o la ‘ndrangheta) non esiste, qui, nell’ombelico finanziario dell’Italia europea. Che ne sanno della ‘ndrangheta lungo i viali di Sempione, che ne sanno su Corso Buenos Aires, che ne sanno all’ombra imponente del Duomo, o fra i palazzi infiniti di Bonola. Che ne sanno nei prati di San Siro, o nelle palestre chic di via Torino.
Niente sangue, niente riti, niente kalashnikov. San Luca, Gioia Tauro, Locri potrebbero essere benissimo i nomi dei nuovi argentini che vuole comprare l’Inter.
Ma mentre il pachiderma lombardo muove i suoi passi, le organizzazioni criminali calabresi hanno cominciato a sventrarlo. Da anni la ‘ndrangheta gestisce, incontrastata, il business del cemento a Milano e nel suo hinterland. Affari da miliardi di euro. Imprese edili appartenenti ai clan calabresi edificano i palazzi della Milano bene, le strutture pubbliche, le strade. Grazie al traffico della cocaina, core business dell’organizzazione criminale calabrese, giocare un’asta al ribasso diventa persino divertente. La polvere colombiana che arriva a Gioia e finisce nelle narici di mezz’Europa è profitto senza eguali per la Santa.
E non finisce qui: i calabresi giocano ai tavoli che contano. Hanno buone entrature in politica, sanno muovere gli scacchi giusti. Il tutto a 1200 chilometri da quel posto chiamato Calabria, dove il mare brilla anche d’inverno e il profumo dell’Africa ti pare quasi di sentirlo.
L’operazione “Crimine” che con 300 arresti ha scosso Milano dal torpore e dal tepore alle 5 del mattino, è solo la punta di un iceberg macroscopico. E’ un colpo ai clan, ma non la loro sconfitta. La ‘ndrangheta a Milano è già adulta da poter sopravvivere anche a questi arresti. La struttura dei clan calabresi è mutata. Al Nord riescono ad autogestirsi. La dipendenza è “limitata” alle decisioni importanti. I calabresi hanno importato il crimine, come si importa il seme di una pianta da un continente all’altro. Sono qui da trent’anni. E adesso eleggono i loro boss dentro istituti intitolati a Falcone e Borsellino. Ma Milano che ne sa della ‘ndrangheta.
Il super pentito Saverio Morabito ne racconta spigoli e segreti in “Manager Calibro 9″ (libro scritto da Luca Fazzo e Piero Colaprico, Garzanti editore). Dalle prime rapine agli omicidi eccellenti. Dal pizzo allo spaccio. Particolari che conoscono in pochi. Pochissimi.
Eppure stasera Milano è diversa. C’è una parte di questa città che vuole e deve prendere coscienza. Nel caldo afoso delle corse in metropolitana i freepress vanno a ruba. Un’operazione anti-crimine di questo livello l’hanno vista solo in televisione, da queste parti.
E poi c’è chi se ne frega. Chi ha lavorato 13 ore e odia il capo, chi sogna le vacanze per cacciarsi la cravatta, chi corre da un negozio all’altro in preda ai saldi, chi non ha ancora digerito il panino del Mc, chi ha finito le sigarette e impreca, chi sogna la collega.
Nei Kebab di via Padova, finiti i mondiali, è tornata la musica turca. Basta entrarci mezzo minuto e l’odore di quel posto ti rimane addosso. La carne non rosola costantemente, ma il sapore non tradisce. Mi hanno sconsigliato di frequentare questi posti, specie di sera. Ma ho un difetto cronico: sono eccessivamente testardo. E poi stasera, solo stasera, via Padova non è il posto del crimine, qui a Milano.

BIAGIO SIMONETTA

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One Response to “Milano che ne sa”

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